East Side Stories vol. 1 – Moldova

Testo di Olga Lesnova e Fabio Viola. A cura Valeria Ferraro

Il 27 agosto 2016, la piccola ex-repubblica Sovietica ha celebrato i suoi primi 25 anni d’indipendenza, ma i cambiamenti nel “fertile Orto di Russia” d’un tempo non sono facili, soprattutto  nella ribelle Transnistria, dov’è ancora evidente il legame con il passato.

È calda l’estate in Moldova. Ed è ricca di colori. Caldo e colori che non ti aspetti, a dar retta allo stereotipo dell’est freddo, sempre grigio o, al massimo, dai colori diafani.

Il sole e la terra sono, invece, due tra le maggiori risorse di quella che era la Moldova dei kolchoz, ma oggi sono insufficienti a mantenere in piedi un Paese che, un tempo neanche troppo lontano, garantiva una buona parte del fabbisogno alimentare dell’URSS, in cambio di materie prime localmente inesistenti.

Negli anni ’90, alla disgregazione di questo equilibrio economico è seguita una corsa all’accaparramento, nella migliore tradizione del capitalismo più aggressivo. Così come nel caso di altre ex-repubbliche sovietiche, nel piccolo paese sono evidenti le macerie lasciate da un’opera di spoliazione sistematica.

La Moldova è un paese giovane: l’età media dei 3.600.000 di residenti è di 36 anni.  Tuttavia, è da anni in atto una forte emorragia demografica. L’impoverimento della fiorente economia agricola, prima privatizzata e poi soppiantata dalla più remunerativa manifattura per conto terzi, ha portato a pesanti conseguenze sociali, emigrazione in primis. La Moldova è, a oggi, uno tra i più importanti fornitori di manodopera, soprattutto femminile, per i mercati di mezzo mondo, inclusa l’Italia e, per via della connessa emigrazione, più di 250 mila bambini crescono senza padre, madre o entrambi.

 

Allo stesso tempo, il Paese è interessato dalla delocalizzazione della produzione da parte di Paesi industrializzati, che hanno trovato un nuovo Eldorado nel Paese, visti i costi irrisori della manodopera.

Sotto il profilo geopolitico, nonostante i 25 anni dalla sua indipendenza, festeggiata la scorsa estate tra le proteste della popolazione per la dilagante corruzione politica e un affaire finanziario che ha visto svanire in una notte un miliardo di dollari dalle casse dello Stato (il 13 % del PIL), la Moldova è ancora terra contesa tra due grandi sfere d’influenza: da un lato quella russa, dall’altro quella rumena.  La prima si riflette nell’uso della lingua, la seconda più diffusa nel Paese, ed è geograficamente affermata in Transnistria, un lembo di terra grande quanto una media provincia italiana. La differenza di significato del nome in russo e moldavo è già un indice del conflitto territoriale: per i moldavi è la terra che si trova “dopo il fiume Nistro”, in russo il termine Prednestrovia significa, invece, “prima del fiume Nistro”.

 

La regione ha proclamato, unilateralmente, la propria indipendenza nel 1990, arrivando anche a un breve conflitto armato con la Moldova nel 1992. Il territorio ospita circa 1400 “peacekeepers”, a tutti gli effetti unità dell’esercito russo, con tanto di carrarmati ai varchi d’ingresso della zona di sicurezza, e unità del Gruppo Operativo di Truppe Russe (GOTR), nato dalla riorganizzazione dell’ex 14ma Armata Rossa, posta a difesa delle riserve di armamenti ancora presenti nell’area. Nella sola Kolbasna, a circa due km dal confine con l’Ucraina, sono stoccate circa 20mila tonnellate di munizioni ed equipaggiamenti.

Nell’architettura e nei monumenti si vedono campeggiare fieramente simboli del glorioso passato sovietico, come busti di Lenin, bandiere con falce e martello -presenti anche nella bandiera “ufficiale” – e nomi di strade dedicate a Marx, o Puskin. La forte, e non dimenticata, eredità russa rappresenta, però, un ostacolo all’ingresso della Moldova nell’Unione Europea, che ha posto tra i suoi requisiti imprescindibili l’integrità territoriale.

 

Dall’altro versante, quello europeo, la Romania ha intensificato il suo interesse verso il Paese, attuando numerosi tentativi di annessione –più o meno aggressivi- ed estendendo la propria influenza, semplificando le procedure burocratiche per i cittadini moldavi che richiedono la cittadinanza e il passaporto europeo (arrivando a 7 mesi contro i 1-3 anni richiesti prima del 2010). Nella sola città rumena di Iași, la più prossima al confine, sono 100mila i moldavi che hanno depositato la richiesta per la cittadinanza, dall’inizio del 2016. La strategia di Bucarest sembra puntare a una riunificazione de facto, un’annessione per osmosi di un Paese che, fino al 1940, faceva parte della cosiddetta “Grande Romania”. Ci vogliono, però, dalle tre alle sei ore per attraversare le dogane a guardia delle due rive del fiume Prut. Ore e tempo passato tra file e controlli interminabili, a discrezione della polizia di frontiera. Ad una manciata di chilometri dal confine naturale, in territorio moldavo, sorge un’enorme “zona economica libera”, dove si fabbricano cellulari cinesi, scarpe “made in Italy”, fino ai sedili per le berline delle più blasonate case automobilistiche. Impossibile avvicinarsi senza richiamare l’attenzione della sorveglianza armata. I lavoratori –che con un gioco di parole, nello slang locale, chiamano la zona “prigione” (zona – зона è anche il termine usato per definire il sistema penitenziario russo) sono perquisiti all’entrata e all’uscita. Il loro salario, nonostante gli estenuanti turni –anche notturni- ammonta a 150 euro al mese, spesso corrisposti in eccedenza di produzione. Scarsissime le tutele dei loro diritti. Al di là dello stesso confine, in Romania, gli stipendi minimi si aggirano intorno agli 800 euro, il costo dei beni di prima necessità è incredibilmente più basso e le condizioni di lavoro devono necessariamente tener conto degli “standard europei” sulla tutela dei lavoratori, per la verità sempre più esigui.

Nel gioco di definizione e ridefinizione del territorio, i confini sono funzionali allo sfruttamento

 economico di una regione e di un popolo che ancora stentano a trovare un proprio autonomo equilibrio.

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