Nihil a me alienum

Nel Ἑαυτὸν τιμωρούμενος (Heautontimorùmenos in greco “punitore di se stesso” ) di Terenzio, Menedmo si è autocondannato a lavorare duramente, oppresso dal rimorso per il figlio in terra straniera.

Il vicino di casa Cremète cerca di consolarlo, rispondendo ai dubbi di Menedmo circa il fatto di non potersi definire amici: «homo sum: humani nihil a me alienum puto» (Uomo sono: nulla di ciò che è umano mi è estraneo).

L’unicità dell’essere umano, rispetto all’ Altro nel quale si specchia e perciò si riconosce, è allo stesso tempo misura del senso dell’ “essere umani”, ragione di co-appartenenza per la quale in fondo “nihil a me alienum”, nulla mi è estraneo.

E tuttavia un senso di estraneità , di alienazione permane, quella che allontana dal familiare, dalle proprie radici consuete e, più profondamente da se stessi.

L’assenza dell’uomo a se stesso, lo spaesamento derivante dal non ritrovarsi, da un profondo senso di solitudine seppur tra mille e mille persone, anche nella condivisione dei destini, la profonda alienazione è senz’altro una delle ferite più dolorose avvertite da chi – in un dato momento della propria vita – è costretto ad andare.