Rosarno Shooting

Testo – Collettivo Open Borders a cura di Fabio Viola

Arriviamo in paese poco prima delle 21, è una piacevole sera di Giugno, nel cielo si vede ancora qualche sfumatura di azzurro e rosso; non è troppo tardi e ci aspettiamo di trovare gente in strada, negozi che chiudono, bar e locali ancora frequentati o che iniziano a riempirsi.

Entrati nel parcheggio dell’ hotel (l’unico del paese), una enorme struttura costruita negli anni 80 , notiamo che è per una buona metà occupato dai blindati dell’esercito, presente a Rosarno sin dal 2008 per l’operazione “Strade Sicure”.

Decidiamo di fare subito un giro: poca gente a piedi, qualche macchina e alcune biciclette si attardano per le strade.
Abbiamo subito conferma del clima di generale tensione quando incontriamo un imponente posto di blocco sulla strada che da Rosarno porta alla tendopoli di San Ferdinando, dove, soltanto due giorni fa, l’8 Giugno 2016, un carabiniere ha aperto il fuoco, uccidendo Sekiné Traoré, 27 anni, del Mali, richiedente asilo.

Il clima è surreale, la città è spenta, sembra essere un vigore un tacito coprifuoco, le strade sono buie, telecamere ad ogni angolo, su ogni palo, persino tra le più remote strade di quella che una volta era campagna, poi trasformata in zona di industria, e ora nuovamente campagna visto il rapido declino e veloce abbandono delle enormi strutture che ospitavano gli opifici. Ecco, a differenza di quelle del centro abitato, le strade deserte di queste contrade, sono disseminate di pali della luce, e molte di esse costantemente illuminate a giorno, a guardia di macerie di proprietà.

Meglio: il clima sarebbe surreale se  non fossimo a Rosarno, comune sciolto 2 volte per infiltrazioni mafiose, 3 volte commissariato, il primo Comune d’Italia a costituirsi parte civile in un processo antimafia, grazie all’impegno dell’allora sindaco Giuseppe Lavorato e uno dei primi a utilizzare per la collettività i beni confiscati alla ‘Ndrangheta.

Ecco, sarebbe surreale se non conoscessimo la storia di questi luoghi. Luoghi da sempre contesi, terreni di scontri e tensioni sottocutanee, almeno sino a quando non si manifestano con violenza, come d’altronde a volte accade.

Come succede in quelle zone in cui un lembo di terra conteso genera scontri tra due eserciti, salvo poi ripiombare in una quiete apparente, e non meno inquietante.

Come succede in una zona di di confine.

Il nome antico di una città MagnoGreca-  Μέδμα – (Medma, in greco città di frontiera), pare aver segnato il destino di Rosarno e dei suoi attuali 15mila abitanti.

Sui cartelli che ci accolgono, campeggia questa scritta, come non provare nostalgia per i fasti di un passato culturalmente ricco quanto remoto.

Anche il simbolo religioso del paese, la Madonna nera di Patmos, ritrovata nel 1400 su una spiaggia nei pressi del porto, racconta storie di confine e di meticciato.

Una Madonna nera, arrivata dal mare, veneratissima , evidentemente ormai poco più di un feticcio agli occhi di chi – molti in paese – ritengono la presenza degli “stranieri” una minaccia  identitaria.

In realtà , rosarnesi “originali” non ce ne sono. Una delle prime tratte ferroviarie passava da Rosarno e sin da fine ‘800 la città è stata meta per  chi, provenendo da tutta Calabria e da altre regioni del Sud, era spinto qui dalle opportunità di lavoro in campagna.
Un mercato florido, quello rosarnese, che valse al paese il soprannome di “Americhicchia”, la piccola America che prometteva lavoro e benessere.

Negli anni novanta con l’apertura al mercato globale e la mancanza di adeguati sistemi di valorizzazione delle economie locali, il destino di molte aziende di produzione ed esportazione (soprattutto di agrumi e arance) è cambiato radicalmente.

Fino al 1985 la frutta si raccoglieva in famiglia, la manodopera era formata da familiari, conoscenti o, al massimo, da qualche operaio ingaggiato allo scopo.

Le prime comunità di braccianti stagionali, in prevalenza maghrebini, seguiti dai migranti provenienti dall’Europa dell’Est si sono viste arrivare in puntuale concomitanza con scandali e truffe ai danni della UE da parte di imprenditori locali prima, e con gli anticipi della crisi economica poi, agli albori del 2000.

In questo scenario la forza lavoro locale (circa 2000 rosarnesi emigrati negli ultimi 5 anni) lascia progressivamente il posto agli stranieri sia nel lavoro nei campi che nel ripopolamento di alcuni quartieri: il rione Ospizio, ad esempio, è abitato in prevalenza da cittadini stranieri sia comunitari, soprattutto bulgari e romeni, che extra-comunitari, maghrebini e sub-sahariani.

Il tasso di disoccupazione a Rosarno sfiora il 31%, la media della provincia di Reggio Calabria è del 20,5%, secondo i dati ISTAT.

Come emerge dal Dossier Statistico Immigrazione 2014, a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS i distretti produttivi di eccellenza del Made in Italy, i luoghi di produzione e raccolta  ( dalle mele della Val di Non a Nord al pomodoro pugliese), possono sopravvivere solo grazie al lavoro degli immigrati.  Quello della campagna è un lavoro che gli italiani non fanno più, perché la paga standard (minima sindacale 50 euro secondo Confagricoltura http://www.confagricolturatn.it/doc/tabret.htm) è troppo bassa o semplicemente perché quello dei campi è un impegno faticoso e usurante, spesso senza tutele.

D’altro canto, se i salari sono molto bassi, per i produttori quest’anno si stima un utile lordo di 6-9 centesimi al kg per i produttori, e certi proprietari preferiscono lasciare i frutti sugli alberi. In più, secondo i dati Eurispes, il lavoro nero occupa il 32% del totale dei dipendenti del settore agricolo e più di 100mila braccianti stranieri ogni anno.

Il lavoro stagionale da tempo è conosciuto come una diffusa forma di lavoro temporaneo e, nella funzionalità delle migrazioni circolari, potrebbe portare benefici al Paese di origine, al Paese di occupazione e al migrante lavoratore se fossero attuati adeguati programmi di tutela dei diritti.

E’ evidente che, per quanto sia emblematico di un territorio stretto tra cronici problemi legati alla criminalità organizzata e la relativamente nuova, ma già cronicizzata “emergenza” migranti, il caso di Rosarno riguardi invece il paese intero; è l’effetto di un sistema produttivo che in tutta l’Europa del Sud adopera il medesimo modello per cui una manovalanza senza tutele e perciò meglio ricattabile, è non tanto accidentale distorsione, quanto indispensabile strumento , data la necessità di forza lavoro molto flessibile, (specie nelle raccolte di  breve periodo di tempo, pomodoro, arance, uva) e a bassissimo costo.

La comparsa di insediamenti abitativi al di sotto degli standard, la manodopera organizzata in squadre ed il conseguente ricorso al caporalato ed alla sua violenza sono la naturale conseguenza di un sistema di sfruttamento che abbiamo imparato a chiamare “emergenza”.

Una emergenza che a Rosarno va avanti da 10 anni ormai, scandita dalle aggressioni subite dai migranti, dalle rivolte del 2008 e del 2010, dalla sindrome di accerchiamento cavalcata dalla politica, dagli incidenti sul lavoro nei campi di raccolta o nelle tendopoli e nei capannoni dove in centinaia vivono stipati.

Come accadde nel luglio del 2009 con l’incendio scoppiato nell’ “ex-cartiera” o come l’uccisione dell’8 giugno 2016 di Sekiné Traoré, richiedente asilo maliano di 27 anni, da parte di un carabiniere arrivato insieme ad altri 6 agenti per sedare un diverbio nella tendopoli di San Ferdinando, sulle cui tende sbiadite campeggia ancora il logo del Ministero degli Interni, memoria della fugace attenzione dello Stato alla vicenda dei lavoratori africani.

Nella primavera del 2016, data la scarsa produzione e prezzi di mercato molto bassi, le possibilità di impiego sono calate drasticamente e nelle tendopoli tra San Ferdinando e Rosarno si contavano 800 persone, quasi tutte sono senza lavoro.

Nella tendopoli si è costituita una vera e propria comunità auto-organizzata. All’assenza di servizi minimi ci si oppone con l’ingegno; sono presenti tende adibite ad attività commerciali: il biciclettaio, il venditore di acqua calda, dei bar/market, una moschea, una chiesa, una sala per le proiezioni, perfino un’improvvisata officina per auto.

Questa situazione, per quanto intesa a sfuggire all’alienazione, in realtà contribuisce a normalizzare il degrado.

Le condizioni igieniche della tendopoli di San Ferdinando, che da sola conta un totale di 72 tende ed ospita fino a 1500 lavoratori nella stagione invernale delle arance, sono del tutto incompatibili col rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Il paradosso che ne scaturisce è che i migranti arrivano sani e si ammalano nelle tendopoli nelle quali sono costretti a vivere.

E’ con il contributo del Poliambulatorio Emergency di Polistena (il terzo del progetto Italia, occupa uno degli stabili sequestrati alla ‘Ndrangheta in collaborazione con Libera) che è possibile monitorare e curare le patologie causate dal sovraffollamento e dall’assenza dei servizi.

Le patologie che si manifestano qui sono strettamente legate alle condizioni di sfruttamento e degrado, specifiche dei differenti campi di occupazione o della zona di provenienza: su un totale di 13500 accessi annui il 40% è costituito da pazienti comunitari con malattie pregresse come l’ipertensione, data anche un’età media più elevata, il restante 60% è costituito in prevalenza da sub-sahariani, di età tra 20 e 30 anni, che arrivano in Italia per lo più in buone condizioni fisiche. E su questi pazienti ad incidere sono i disturbi psicologici legati allo stress post-traumatico da viaggio o i problemi all’apparato respiratorio e gastro-intestinale, le malattie della pelle (per via delle condizioni di vita nelle tendopoli) o problemi all’apparato scheletrico dovute alle fatiche del lavoro nei campi.

L’atmosfera nella tendopoli, due giorni dopo l’omicidio di Sekiné Traoré, è quella di un limbo  in cui si alternano momenti di vita ordinaria, dalle abluzioni alle attività di manutenzione delle dalla musica ad alto volume alla socialità, a episodi di evidente tensione; questi ultimi sono anche il palese e prevedibile effetto dello stress e dello sgomento di chi ha visto, ancora una volta, morire un compagno sotto i propri occhi, ancora una volta di una morte insensata.

In generale, data la scarsità di lavoro, un clima sospeso tra attesa e inedia domina il campo; alcuni si occupano nella preghiera, siamo in pieno ramadan, altri si rifugiano nell’alcool e nelle sigarette sperando che almeno plachino fame e stanchezza – fisiche o psicologiche che siano.

La maggior parte di loro è insofferente alla presenza di chiunque sia estraneo al campo.

E’ ormai dal 2008, anno in cui l’esplosione di una rivolta esplosa per denunciare lo sfruttamento da parte dei caporali, che l’esposizione mediatica massiccia viene interpretata come inutile se non dannosa, visti i risultati – inesistenti – sulla qualità delle condizioni di vita qui.

Una seconda rivolta nel 2010 (che ha causato feriti in 53 tra migranti e rosarnesi) scoppiata per l’aggressione a sfondo razzista subita da tre migranti dopo una serie di campagne mediatiche xenofobe,  portò all’arresto di 31 persone, italiani e stranieri, con l’accusa di sfruttamento del lavoro in nero, truffa ad enti pubblici ed associazione per delinquere legata all’immigrazione clandestina.

Ed è un fatto che solo in casi clamorosi come questi appena citati che l’opinione pubblica si occupa dei migranti di Rosarno.

E non sempre il giudizio finale porta alla comprensione o alla solidarietà, anzi, i media spesso finiscono per acuire il sentimento di diffidenza e una non meglio definibile  “sindrome da accerchiamento” dei locali.

Dalla parte di chi arriva ascoltiamo storie personali comuni a tutti quelli che hanno attraversato l’Africa, il deserto ed il mare Mediterraneo, inseguendo il sogno di una vita migliore o almeno la possibilità di provare ad averla, per raggiungere l’Europa; si ascoltano poi racconti di evidente sfruttamento in cui spesso il caporale non è neanche sentito come un criminale ma come qualcuno che procura lavoro o un posto dove dormire o da mangiare. C’è chi ha una famiglia da sostenere ed invia ogni centesimo risparmiato e c’è chi una famiglia l’ha vista morire e spera solo di poter vivere dignitosamente.

Tutti indifferentemente soccombono alla brutalità che sta dietro il sistema produttivo agroalimentare.

Molti dei lavoratori stranieri di San Ferdinando e Rosarno sono in Italia da anni, hanno  documenti in regola e a volte un contratto di lavoro, almeno apparentemente, regolare.

Il problema dello sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura e il nodo specifico dei braccianti stagionali, rappresentano certamente questioni assai complesse che vanno ben al di là del territorio rosarnese.

Qualsiasi eventuale soluzione ad un problema così complesso non può ovviamente prescindere da una precisa volontà politica, troppo spesso negli ultimi anni orientata più alla becera e populistica speculazione elettorale che alla soluzioni delle problematiche, evidentemente pianificate, strumentalizzate e lasciate incancrenire proprio ai fini di ritorno – per chi ci specula – economico ed elettorale, nell’eterno circolo vizioso , tipico del sistema politico-mafioso,  di “problema – reazione – soluzione”, sostanzialmente una trita tecnica di controllo sociale in base alla quale cui si crea il problema che si propone di risolvere.

In questa ottica non appare casuale che, nelle realtà come Rosarno – ed in altri contesti simili – siano le destre neofasciste a crescere, quelle stesse destre che propongono di risolvere i problemi legati alla mancata integrazione con politiche sempre più escludenti.